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L'occulta strategia della guerra senza confini di Giacinto Auriti

Prima di dare inizio ai lavori di questo Convegno desidero brevemente chiarire all’Assemblea le nostre finalità. La ragione per cui noi abbiamo promosso l’organizzazione del Centro di Studi Politici e Costituzionali è essenzialmente quella di stabilire una valutazione critica e una valutazione scientifica delle finalità che devono guidare le iniziative politiche. 
Da più parti, come sapete, vi sono state delle polemiche contro di noi: la cosa non ci preoccupa, perché significa che i nostri avversari non hanno potuto fare a meno di prenderci in considerazione. 
Ma ciò che avremmo desiderato è che i nostri avversari fossero venuti in quest’aula, perché solo dal giudizio e dalla conoscenza dei fini, un uomo libero può valutare quella che deve essere la propria azione politica e il proprio comportamento. 
Qual'è la ragione per cui noi abbiamo scelto la strada della cultura piuttosto che quella dell’attivismo di partito? 
Nella storia, i movimenti politici che hanno avuto un ruolo di rilievo sono stati sempre preceduti da un’attività culturale, sia in senso evolutivo, sia in senso involutivo. 
Vi ricordo le società di pensiero che hanno preceduto la Rivoluzione francese. Vi ricordo le università popolari che furono create dai movimenti marxisti prima di dare vita al partito socialista. 
È evidente dunque la necessità di un’alternativa culturale per una vera alternativa al sistema. Dobbiamo fare una scuola di pensiero perché, o noi riusciamo ad esprimere una linea culturale all’altezza dei problemi della nostra generazione, o altrimenti siamo ineluttabilmente costretti a vivere nei confronti degli altri schieramenti politici in un vero e proprio complesso d’inferiorità. 
Vediamo per esempio che il Partito Comunista ha la sua scuola politica: una scuola politica che noi critichiamo, una scuola politica dalla quale noi dissentiamo completamente: però sono queste iniziative che hanno messo sotto accusa il principio della proprietà privata e dell’iniziativa privata, il principio della giustificazione etico-religiosa del potere politico, e hanno promosso l’affermazione di un fondamento ateo della società, condizionando pesantemente la nostra cultura e il clima spirituale del nostro tempo. 
Noi qui vogliamo fare un centro di dialogo e di dibattito, oserei dire un circolo. Diceva san Tommaso: «Circulus et calamus fecerunt me doctorem.» 
Vi sono stati degli uomini dell’alta cultura della destra ufficiale, i quali hanno affermato che la destra non ha ideologia. L’ideologia in politica è lo scopo nell’azione. Dire che un movimento politico manca di ideologia significa dire che un movimento politico manca di scopo. Solo un epilettico o un sonnambulo si muovono senza scopo. 
Dobbiamo ormai chiarire a noi stessi quali siano gli scopi essenziali da raggiungere, perché se noi non facciamo una valutazione critica di questi scopi, il concetto dell’alternativa al sistema, che è un problema profondamente sentito da tutti noi, rimane lettera morta. 
A mio avviso per alternativa al sistema deve intendersi un’idea-forza; un’idea-forza capace di assorbire essenzialmente la base del Partito comunista. Il che significa che la nostra scuola politica per essere all’altezza dei problemi della nostra generazione deve riuscire ad essere presente sul terreno della guerra fredda. 
Oggi, infatti, sono completamente modificate le regole di lotta e di convivenza tra i popoli, per cui al principio della guerra di frontiera, che è intesa come limite di giurisdizione e di autorità, si è sovrapposto il principio della guerra civile e il fermento rivoluzionario. La guerra fredda è la guerra delle ideologie e l’idea-forza è quella che porta in sé una tale carica rivoluzionaria per cui apre la strada a tutti i movimenti politici che se ne rendono portatori. 
Già in altre occasioni ebbi modo di rilevare che oggi l’Europa sta vivendo un travaglio analogo a quello che Visse dopo la Rivoluzione francese, quando Napoleone diceva: «Non sono io che conquisto l’Europa, ma è la rivoluzione che l’ha già conquistata.» 
Così oggi non è l’esercito russo che conquista l’Asia, l’Africa o il Sud America, ma l’idea comunista. 
O noi siamo capaci di esprimere un’idea-forza che abbia intrinsecamente una tal carica di verità e quindi di conquista e di penetrazione delle menti e delle anime dei popoli, da rinnovare spiritualmente, politicamente, giuridicamente gli attuali parametri della convivenza sociale o altrimenti saremo sempre costretti a subire impotenti le iniziative dei nostri avversari. 
Noi oggi constatiamo che l’Occidente vive nell’angoscia dell’ineluttabile, perché sono secoli ormai che sulle nostre spalle grava l’incubo del razionalismo liberale e della rivoluzione marxista. Noi dobbiamo scrollarci di dosso una volta per sempre l’incubo di questi fantasmi culturali che hanno deformato milioni di cervelli. Questo è il nostro scopo. E uno scopo ambizioso. E un grande scopo. Ma senza i grandi sogni non si scrivono le nuove pagine della storia. 
Poiché la cultura è vita e la vita ha bisogno di riferimenti concreti a uomini e a gesti umani, io voglio qui ricordare un uomo che ha onorato Rimini: Giovanni Tonelli. 
Giovanni Tonelli fu un uomo che avvertì la necessità di una rivolta ideale, di una tensione spirituale che non fosse solamente un fenomeno culturale di freddo razionalismo. 
Noi oggi dobbiamo creare qualche cosa di più e qualche cosa di grande. Il nostro non deve essere solo un fatto culturale, ma anche ed essenzialmente un fatto spirituale, perché noi stiamo vivendo in un periodo barbaro e come nel Medioevo furono i chiostri dei conventi benedettini che salvarono la parte migliore della nostra tradizione, della nostra cultura e della nostra civiltà, noi oggi intendiamo ricostruire nei Centri Studio i nostri chiostri. 
L’invito che rivolgo a voi che ci avete onorato della vostra presenza non è un invito all’attivismo politico, come pura attività organizzativa o di procacciamento di voti. 
Io vi invito oggi a meditare e ad accettare delle grandi finalità. 
Noi dobbiamo osare di cominciare a sognare quella che può sembrare la storia dell’impossibile, perché vogliamo renderci portatori della continuazione di una tradizione. Ecco perché nel convegno dell’anno scorso a Montesilvano dissi una frase che qui ripeto: «Oggi non è più il tempo della marcia su Roma, ma della marcia su Mosca.» 
Questa frase significa che noi strategicamente ci dobbiamo muovere sul piano culturale per portare dalla nostra parte i nove milioni della base del Partito comunista in Italia e le centinaia di milioni di comunisti che stanno ora dall’altra parte della barricata. 
È chiaro che per realizzare un progetto di questo genere dobbiamo scendere sul terreno delle scienze sociali, perché fino ad oggi la lotta al comunismo è stata fatta solo sul terreno pragmatistico. Si é tentato cioè di isolare il Partito Comunista dai suoi alleati, mentre ci si è dimenticato di fare una critica costruttiva e una cultura di alternativa. 
Non c’è dubbio che ormai da ogni parte è riconosciuto lo stato di drammatica crisi in cui si trova lo Stato costituzionale di concezione liberale. Però tutti i tentativi di alternativa al sistema allo stato attuale sono rimasti alla fase di pura espressione letteraria, non per mancanza di volontà, ma per carenza di scuola di pensiero. 
Dalla sintesi dei lavori che vi è stata distribuita, potete desumere che qui si è tentata una spiegazione culturale e organica di tutto il fenomeno che riguarda, non solamente le scienze sociali, ma la politica viva e gli ordinamenti giuridici che sono stati instaurati a seguito di certe scelte culturali. 
Una visione organica di tutto questo mondo la dobbiamo porre affrontando il problema da tutti i punti di vista perché uno dei criteri fondamentali dell’interpretazione dei fenomeni è quello della totalità. O noi comprendiamo il fenomeno politico per intero o non lo comprendiamo affatto. Perché valutare una parte del reale come se fosse il tutto significa ineluttabilmente costruire nell’errore. 
Se io leggo la frase: «Tizio non è una persona onesta» e ignoro il non, ne cambio totalmente il significato. 
Ecco la ragione per cui dobbiamo preoccuparci della completezza della nostra linea culturale. Ecco perché il nostro Centro Studi non è un centro specialistico. 
Nelle relazioni che andremo a svolgere in questo Convegno, siamo partiti da una premessa fondamentale che è di critica al monismo idealista hegeliano. Se non partiamo dalla premessa filosofica, non potremo capire come può realizzarsi una normalizzazione dei giudizi di valore capace di modificare il comportamento, non solamente degli individui, ma dei popoli e dei governi. 
Se non si parte dalla visione critica di queste premesse, si costruisce sulla sabbia e dopo aver fatto questa precisazione porremo in evidenza quali siano le conseguenze di questa scelta filosofica oltre che sul terreno degli ordinamenti positivi (perché il Diritto è la cristallizzazione delle ideologie sul terreno della regolamentazione degli interessi), anche come risultante di un certo tipo di giudizio di valore. 
E conseguentemente oggi ci troviamo nella necessità di aggredire la pseudo-religione che è nata, mostruosamente, dall’ateismo razionalista. 
Voi sentite che l’anima della rivoluzione comunista ha qualche cosa che molto si assomiglia a un principio di psuedo-spiritualità.Cosicché quando il comunista nega la proprietà privata si sente punto da un senso di santità e di eroismo e quasi che invece di un sacrificio economico facesse un sacrificio etico come conseguenza dell’aver ridotto l’etica ad un derivato dell’economia.
La normalizzazione del giudizio di valore è quindi il presupposto indispensabile per sbloccare questa spirale di riflessi condizionati in cui è caduta gran parte dell’umanità, vittima della demagogia politica del nostro tempo. 
Ecco perché abbiamo affrontato, nel nostro programma, il problema del diritto sociale, consapevoli che la rivoluzione socialista ha trovato terreno fertile perché le scuole liberali dell’Ottocento avevano concepito lo Stato come Stato di puro diritto. Il diritto è un bene con utilità condizionata dalla disponibilità di un altro bene: il bene-oggetto del diritto; il diritto è sempre la somma di due valori: tutela giuridica di un interesse e interesse giuridicamente tutelato. 
Ne consegue che quando si è concepito lo Stato di puro diritto, il proletariato che mancava di un interesse economico da tutelare giuridicamente ha avvertito l’inutilità di questa istituzionalità giuridica. Che cosa volete che interessi al politico oggi si è diviso, essenzialmente, in due parti; destra: proprietà privata; sinistra: proprietà di Stato. E su questa frattura, che è stata causata da un diritto sociale classista in cui il costo delle riforme sociali per altro non è pagato nemmeno dai più ricchi, ma solo dai gruppi politicamente meno difesi noi vediamo che si è instaurata non una legge giusta, ma la legge della giungla, in cui gli unici rapporti che valgano non sono più i rapporti di giustizia, ma i rapporti di forza. 
Rivalutare criticamente tutto lo stile della politica sociale significa nelle conclusioni dare un’alternativa perché vedete, mai nessuna rivoluzione è stata superata da una posizione di conservazione stupidamente egoista e retriva, ma sempre da una visione avveniristica e portatrice di nuove speranze. Noi vediamo che il centro-sinistra in Italia ha sbagliato strategicamente perché ha tentato di attaccare il comunismo accettando i parametri della lotta di classe. 
Quindi, questa iniziativa che voleva rimorchiare a destra le forze politiche dell’estrema sinistra, ha causato invece una spinta inversa: da rimorchiatori, questi uomini, sono diventati rimorchiati. 
Ecco perché noi dobbiamo andare al di là del comunismo. 
Ecco perché noi affermiamo che la nostra concezione di diritto sociale si basa sullo schema della società organica, in cui si dà un contenuto umano al concetto di società, mentre il razionalismo marxista ha realizzato una concezione mitica dell’interesse sociale. 
La proprietà di Stato non è la proprietà dei cittadini, ma la proprietà del mito, del fantasma Stato. E si è realizzato così un interesse sociale diverso e contrapposto a quello dei soci. In questo senso noi siamo per un nuovo umanesimo politico, perché vogliamo far coincidere l’interesse sociale con gli interessi degli individui che compongono la società, perché secondo lo schema organico, per noi Società non è mito, ma è l’insieme degli uomini vivi, legati dal rapporto organico, cioè legati da una finalità. 
Questo significa tornare al grande schema del diritto romano: realizzare un diritto sociale in cui, sul piano legislativo, si attui finalmente un diritto della persona umana con contenuto patrimoniale e in questo senso noi siamo nella scia e nella tradizione della cultura corporativa. E siamo nella scia e nella tradizione della socializzazione e della partecipazione agli utili, infatti quando si è parlato fino ad oggi di partecipazione agli utili, se ne è parlato sempre e solo a livello di micro-economia, cioè nell’ambito dell’azienda privata. 
Noi vogliamo portare il dialogo a livello di macroeconomia, perché il nostro scopo è quello di dare al cittadino, solo perché tale, una quota di reddito del capitale amministrato dallo Stato, perché io dico di avere una quota di capitale solo quando ho diritto a pretendere la quota di reddito. 
Noi dobbiamo rompere in breve il rapporto di clientelismo che fino ad oggi si è instaurato nello stile della politica sociale. Il potere politico non può e non deve avere la discrezionalità nella distribuzione dei beni di consumo, perché fare un ordinamento di questo tipo, significa realizzare non uno Stato, ma un allevamento di uomini il cui potere politico a propria discrezione distribuisce dall’alto il chilo di mangime a testa. 
Noi facciamo un tentativo per riportare e riattualizzare, rispetto ai problemi della nostra generazione, i grandi teoremi della nostra tradizione. 
E avvertiamo questa preoccupazione, anche quando ci si muove sul piano critico nella valutazione della terminologia corrente, propria dell’uomo della strada. 
La parola comunismo, per molti assume il significato di una specie di comproprietà. L’uomo della strada pensa che col sistema comunista si debba dividere qualche cosa. Ecco perché il povero, il proletario, è oggi tendenzialmente comunista. Mentre si deve chiarire che comunismo non è comproprietà, perché comproprietà è un modo di essere della proprietà privata. 
Comunismo vuol dire invece coincidenza del potere politico col potere patrimoniale, cioè governo proprietario, non popolo proprietario. 
L’alternativa che noi ci proponiamo di porre al Partito comunista è questa: i comunisti ci devono dire se vogliono realizzare la proprietà di popolo o la proprietà di governo. 
La risposta a questa domanda è chiara, perché la storia ci ha insegnato che il comunismo è proprietà di governo. Noi siamo invece per la proprietà di popolo. 
Quando abbiamo fatto l’inaugurazione del Centro Studi di Pescara, abbiamo coniato uno slogan, che è un po’ l’etichetta della nostra posizione sul piano sociale:

FAREMO DEI CITTADINI I VERI PADRONI DELLO STATO, MENTRE IL COMUNISMO VUOLE FARE DELLO STATO IL PADRONE DEI CITTADINI.

Diceva Hegel che vero è ciò che è capace di tradursi in vita. della verità è il fenomeno veramente miracoloso che si è verificato in Abruzzo. Abbiamo aperto in Abruzzo due Centri Studio dove, enunciate queste linee programmatiche, immediatamente abbiamo avuto adesioni numerose e coscienti di persone che ci hanno detto: «Finalmente abbiamo trovato una casa che è commisurata alla nostra persona; una casa in cui noi ci sentiamo a nostro agio.» 
E' chiaro che il nostro discorso va al di là dei parametri di partito, perché altrimenti noi saremmo succubi del sistema che vogliamo modificare e alternare. 
Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che oggi lo schema partitico ha depositato sulla pelle degli uomini una sorta di vernice, per cui il dialogo è diventato impossibile, perché il messaggio fra gli spiriti è diventato inerte e impotente di fronte a questa barriera che è il pregiudizio creato dal pluralismo razionalista. Oggi quando si fa politica si fa quasi tifo per l’etichetta di un partito. 
Noi vogliamo andare oltre, perché dentro a questa sala noi vogliamo tentare la realizzazione di una specie di miracolo spirituale; noi vogliamo che alle soglie di questa aula, ognuno di voi deponga tutto ciò che è falsa cultura, paura e pregiudizio per muoverci finalmente negli spazi assoluti della verità e della giustizia. 
E' questa la nostra intenzione. E' questo il nostro impegno. 
Se noi riusciremo in questo scopo, penso che potremo cominciare a sperare che finalmente si possano porre le premesse perché gli uomini si uniscano come tali su valori di razionalità a prescindere dalla qualità dello schieramento politico o del colore dell’etichetta. 
Nell’ultima parte dei nostri lavori affronteremo il problema etico e religioso. 
Può sembrare strano che un convegno di studi politici abbia dedicato una lezione a questo argomento. Ma brevemente voglio dirvi perché crediamo nella necessità di una giustificazione etica del potere politico. 
Siamo profondamente convinti che il giudizio di valore dell’uomo è normale quando tende all’infinito. Cioè i nostri comportamenti parziali e le nostre flnalità parziali sono tutti concatenati rispetto al raggiungimento di finalità pratiche, che sono le finalità della vita vissuta, che tuttavia non si reggono e non trovano giustificazione, se non si basano su una finalità ulteriore. 
Ricordo che in una lezione tenuta all’università di Roma dietro le barricate, alla Facoltà di Giurisprudenza, quando gli studenti mi vennero a chiedere di parlare sulla crisi del sistema, fra gli altri argomenti, spiegai perché l’uomo non si deve suicidare. 
Questa frase può sembrare paradossale, ma è fondamentalmente vera, perché se noi ci muoviamo solamente in base a una valutazione economicistica dei comportamenti individuali, noi possiamo soddisfare i nostri bisogni in due modi: o con una grande ricchezza, con una grande risorsa tecnologica, con una grande potenza organizzativa, o col suicidio. Perché, quando io con il suicidio distruggo la vita, distruggo il presupposto del bisogno che è il presupposto della ricchezza. E allora io soddisfo tutti i miei bisogni economicisticamente, riducendo l’etica a un derivato dell’economia. 
Se io devo conservare la mia vita devo sapere perché e la risposta a questo perché significa porre una finalità che va al di là della vita stessa, perché qualunque strumento se non deve essere più usato non c’è nessuna ragione di conservarlo. Se io non pongo un bisogno successivo o una flnalità successiva alla vita stessa, non c’è nessuna ragione che non contrapponga alla vita la morte. 
È questo problema di fondo è un problema che noi ci troviamo nella necessità di affrontare perché la nostra gioventù in gran parte sta scegliendo la morte al posto della vita, perché la moda della droga è la consapevolezza della inutilità della vita e della indifferenza rispetto al problema della Vita o della morte. 
Il primo insegnamento del catechismo cristiano ci dice perché non ci dobbiamo uccidere: «Per quale ragione Iddio ti ha creato?» La risposta a questa domanda è la risposta perché noi siamo dalla parte della Vita. E se viene meno questo fondamento e questa carica spirituale i popoli si degradano e si distruggono e cadono in schiavitù, perché in quel momento, quando un popolo ha perso la consapevolezza del perché deve Vivere, tutte le sue scelte e i suoi comportamenti non essendo finalizzati finiscono per essere egoisticamente strumentalizzati dai gruppi di potere. 
Ecco perché oggi la nostra alternativa è un’alternativa non solamente tra la vita e la morte, ma anche fra teismo e ateismo. 
La ragione per cui certe scuole politiche hanno potenziato e hanno portato di moda il laicismo, cioè il razionalismo ateo, come fondamento della sovranità politica, è questa: quando il potere crede in una legge morale che promana da una divinità personale e trascendente, è posto come tutti gli uomini nell’alternativa di scelta: violare o rispettare la legge. 
Ma quando ha un fondamento ateo, il potere politico ha una terza scelta, perché non solo ha la possibilità di scegliere fra violare e rispettare, ma ha anche la possibilità di modificare la legge morale e in quel momento il potere politico si arroga le prerogative della divinità. 
Noi vediamo che un’etica razionalista oggi guida tutti i grandi parametri della cultura politica del nostro tempo. Vediamo che oltrecortina l’ateismo è insegnamento obbligatorio nelle scuole, perché solo con una scelta atea il potere politico si scrolla di dosso la preoccupazione di subire la critica morale da parte del potere religioso. 
Ecco perché in quel momento il potere politico commette il peccato di Satana, perché si arroga per superbia la competenza propria della divinità. 
Storicamente noi vediamo che tutti i popoli che hanno avuto un fondamento ateo hanno sempre realizzato la divinizzazione dell’imperatore. Cosi il popolo egiziano, il persiano, il babilonese. Il culto della personalità nei paesi d’oltrecortina è la divinizzazione del tiranno. E la divinizzazione dell’imperatore è il messia di gloria contrapposto al Messia crociflsso. Loro vogliono il regno di questo mondo come fine ultimo, noi vogliamo invece il regno di questo mondo in modo diverso, perché lo vogliamo come conseguenza della scelta di una finalità trascendente. 
Senza questa Visione che orienta i giudizi di valore, perché orienta le scelte morali, una ricostruzione dello Stato organico è impossibile, perché quale alternativa potete porre allo schema della democrazia formale, se non quello della legge etico-religiosa? 
Noi sappiamo che la legge del numero è finalisticamente neutra. Infatti una legge è giusta od ingiusta per certe sue qualità essenziali a prescindere dal numero delle persone che l’hanno voluta. E quando al principio etico sostanziale si è sostituito il principio democratico, che è puramente procedurale, il contenuto etico ha assunto la caratteristica della determinabilità, non quello della determinatezza. 
È allora l’etica non è più la legge morale, eterna e immutabile, ma quella che risulta dalla convenzione sociale e il modificarsi di questa convenzione porta sostanzialmente a una Visione economicistica e utilitaristica dell’etica che è manovrata dal vertice della sinarchia politica per propri fini. 
Credo di avervi espresso in queste poche parole quali siano le finalità fondamentali che ci muovono. 
Abbiamo voluto chiamare queste comunicazioni, lezioni. Forse è stato un atto di superbia il nostro, perché abbiamo imposto i parametri del dialogo. Però ce ne siamo assunti e ce ne assumiamo la responsabilità. 
Ecco perché noi attendiamo, prima e oltre al vostro giudizio, la conferma dei fatti. 
Noi siamo stati qualificati stranamente da alcune personalità della politica non come Centro Studi, ma come movimento politico, ed è stata la prima volta che di fronte ad un’iniziativa culturale uomini di partito si sono preoccupati di dichiarare nei nostri confronti un rapporto di incompatibilità. 
C’è un passo del Vangelo in cui è ricordato da Cristo il famoso apologo del vino nuovo e della botte vecchia. Forse noi siamo il vino nuovo e le botti vecchie si preoccupano di tenerci alla larga per paura di scoppiare al nostro contatto. Noi continuiamo nella nostra strada perché crediamo. Noi continuiamo nella nostra strada perché abbiamo preso come nostra scelta la ricerca della verità a qualunque costo, perché siamo convinti del principio del verum et bonum convertuntur. 
Ecco perché, come dissi a Chieti giorni fa, all’inaugurazione di quel Centro Studi, ripeto ora a voi: a chi sostiene che fra il nostro gruppo culturale e l’organizzazione di partito vi è un rapporto di incompatibilità, chiedete immediatamente a quale loggia massonica appartiene. 
Per la prima volta finalmente si costringono certi individui a venire fuori alla luce del sole. 
Voi leggete nel libretto che vi è stato distribuito qual è la finalità che noi ci siamo posta: fra le altre voi vedrete che abbiamo affrontato quella della regolamentazione giuridica della sovranità monetaria. 
Non voglio anticipare il contenuto dei lavori di questo Convegno, però voglio dirvi una cosa: è una caratteristica del dio mammona il dominio dei valori convenzionali; tanto è vero che il vecchio detto che il denaro (che è l’espressione più clamorosa del valore convenzionale) è lo sterco del diavolo, è un detto che ha un significato perché è basato sull’esperienza. 
Quando tocchiamo certi problemi, poniamo i nostri avversari nella condizione di non potere accettare la nostra problematica nemmeno per tatticismo politico, perché ci muoviamo secondo lo schema della funzione matematica. È chiaro infatti che fra organizzazione e scopo Vi è un nesso funzionale. Il vero scopo della loggia massonica è quello della conquista di tutto il potere politico e di tutte le ricchezze del mondo, che vuole realizzare attraverso una strategia che è essenzialmente culturale. 
Noi affermiamo una cosa diversa, perché noi vogliamo restituire le ricchezze e la sovranità politica alla generalità degli uomini. Noi non siamo compatibili con posizioni settarie. Per noi il concetto di fratello non è limiltato da una concezione del sangue, ma esplode secondo il concetto della universalità della Chiesa di Roma. Ecco perché noi ci dichiariamo cattolici e romani! 
È chiaro! È chiaro! Queste posizioni potranno suscitare delle reazioni o delle perplessità. Però rimane sempre il punto di fondo: al di fuori di una scelta etico-religiosa di questo tipo non vi è altra possibilità che quella della sinarchia massonica. 
Alla fine di questi lavori io mi auguro che noi ci troveremo concordi sulla scelta di certe finalità fondamentali, perché dobbiamo realizzare una scuola politica in cui ognuno parli con profondo convincimento il medesimo linguaggio, che altrimenti non faremmo una scuola di pensiero ma solamente della cultura inutile e salottiera. 
Il nostro augurio pertanto è che da questa esperienza culturale nasca un’unità d’intenti, una vera unità spirituale che possa costituire la forza catalizzante di tutti gli uomini assetati di giustizia e non disposti a piegare la schiena ai colpi di scudiscio di un nepotismo ipocritamente mascherato dalla parvenza della libertà.

L'occulta strategia della guerra senza confini 
Di Gianto Auriti editore Solfanelli

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