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LA CRISI DEL SISTEMA

1) La concezione normale del valore e sue implicazioni sulle scienze giuridiche e sociali. Il valore come rapporto tra fasi di tempo

In questa prima lezione noi affrontiamo il tema dei giudizi di valore, così come risultano influenzati da certe premesse di filosofia della conoscenza. Nei nostri insegnamenti universitari siamo abituati a studiare la filosofia come materia a sé, completamente distaccata dalle sue conseguenze pratiche, sicché ci troviamo a volte di fronte a dei filosofi puri che quando trattano di problemi giuridici, o di sociologia, o comunque di scienze sociali, sono digiuni e quindi non possono avvertire il nesso tra determinate scelte culturali iniziali e determinate conseguenze pratiche. 
La concezione filosofica, nella costruzione dei giudizi di valore, è come il postulato nella costruzione del teorema matematico. 
Non è nostra intenzione fare troppa cultura filosofica, perché la nostra preoccupazione é essenzialmente pratica; ecco perché noi dobbiamo fare quel tanto di filosofia che serve. 
Come voi sapete, noi oggi ci troviamo di fronte a due fondamentali orientamenti di filosofia della conoscenza. Abbiamo una fìlosofia di tipo dualista, che è la concezione aristotelica-tomista e abbiamo la scelta monista hegeliana. 
Se noi accettiamo la concezione dualistica, distinguiamo l’oggetto dal soggetto. Quando invece si accetta lo schema del monismo, si riduce la realtà all’io pensante. 
Mentre quest’ultima teoria filosofica non ha avuto quasi nessuna conseguenza nel campo delle scienze fisiche, ha avuto invece un’enorme conseguenza nel campo delle scienze morali e sociali, perché, siccome qui l’oggetto della ricerca scientifica consiste in una pura realtà spirituale, con molta maggiore facilità si confonde col soggetto. 
In partenza tutte e due le posizioni filosofiche sono teoricamente attendibili, perché se qui fosse stato seduto Aristotele o San Tommaso e avesse visto questo tavolo, avrebbe detto: «Questo è il tavolo e questo sono io.» 
Se qui fosse stato seduto Hegel avrebbe detto: «Io credo che esiste questo tavolo perché faccio un atto di fede nei miei sensi. Quindi è una mia decisione che determina l’esistenza del tavolo.» 
Con questa scelta, Hegel riduce la realtà all’io pensante, cioé rende l’oggetto immanente nel soggetto. 
Noi ci accorgiamo che Hegel sbaglia quando si traggono le conseguenze sul piano della filosofla della pratica, cioè sul piano della teoria del valore. 
Voglio subito dirvi che la grossa novità che sta alla base della nostra scuola, è di aver definito il valore come rapporto tra fasi di tempo. Infatti, io dico che una penna è utile perché prevedo lo scrivere. E allora possiamo affermare che l’utilità è il rapporto tra il momento della previsione e il momento previsto. 
Questo concetto noi lo possiamo applicare anche nel campo delle scienze giuridiche. Cosi ad esempio: Che cos’è il credito? La realtà spirituale del credito, è il rapporto tra le due fasi di tempo: quella ricordata della sua instaurazione e quella prevista del suo adempimento che legano, creditore e debitore, in una medesima previsione. Così quando il legislatore fa la legge, prevede la sentenza. Quando il magistrato fa la sentenza, ricorda la legge. 
Cos’è quindi questa realtà spirituale del diritto? È un rapporto tra fasi di tempo intersoggettivo. 
Definito il diritto ci rendiamo conto del fatto che quando il soggetto entra in relazione edonistica con questo strumento, che è fatto di tempo, si confonde con esso. Tanto è vero, ad esempio, che credito e creditore coincidono. 
Quando il soggetto gode della titolarità del diritto, s’immerge in una previsione, cioè in una dimensione temporale. E in quel momento sembra che abbia ragione Hegel, perché si rende l’oggetto-diritto immanente nel soggetto-titolare. 
È chiaro quindi che si può conservare la consapevolezza dell’oggettività dello strumento giuridico anche quando si partecipa di questo strumento come titolari del diritto, solo a patto che si faccia un atto di riflessione sull’esperienza passata e sulla previsione di un evento futuro: quello che ci consente di conservare l’oggettività del fenomeno giuridico è dunque la consapevolezza della dimensione temporale. 
Possiamo quindi fare una revisione critica di tutte le scuole delle scienze giuridiche e sociali che si sono agganciate ad una premessa hegeliana. Voglio ricordarvi due autori che hanno costituito un po’ lo schema portante di una gran parte della nostra scuola universitaria di filosofia del diritto: Giovanni Gentile e Giuseppe Capograssi. 
Se noi consideriamo due testi fondamentali di Giovanni Gentile, cioè i fondamenti della filosofia del diritto e Genesi e struttura della società, così come l’opera di Giuseppe Capograssi sulla Scienza del diritto, vediamo che questi Autori definiscono per scienza del diritto la consapevolezza dell’esperienza giuridica. Cioè, conoscere l’esperienza del diritto dal punto di vista pratico, per questi autori significa la scienza del diritto. 
È evidente che questa posizione è errata. E deve essere rivista alla luce di quella premessa fondamentale, per cui il valore va considerato come rapporto tra fasi di tempo. È possibile, infatti, la obiettivazione del tempo solo quando un rapporto tra fasi di tempo è finalizzato ad uno scopo economico perché in quel momento esso diventa strumentale e la strumentalità è sempre una prerogativa dell’oggetto. 
La circostanza poi che l’individuo goda o no di questo strumento, e cioè sia titolare o no di un determinate diritto - o per dirla con Capograssi sia immerso o meno in una determinata esperienza giuridica - nulla rileva ai fini della definizione oggettiva del diritto. 
Quando Kant definiva il tempo, diceva: «Il tempo è l’io che si pone come realtà», cioè, capacità in atto di previsione, di memoria e consapevolezza simultanea della propria continuità vitale; tanto è vero ciò che una volta dimostrata la relazione che c’è fra tempo e valore, noi abbiamo la conferma di questa costruzione perché siccome è inconcepibile il tempo senza vita non esiste ricchezza in un mondo di morti. Se viene meno la vita, viene meno la possibilità del valore. Ecco allora che quando noi ci accingiamo a definire da un punto di vista dualistico lo strumento del diritto, partiamo da una precisazione ben chiara, perché sappiamo che il diritto è uno strumento, cioè un oggetto utile che è il risultato di un’attività creatrice dello spirito. Questo significa che il diritto non è mai momento primario dello spirito, perché quando noi parliamo della costruzione di uno strumento, ammettiamo implicitamente che il momento primario dello spirito sia la previsione dello scopo. Io prima di costruire una penna devo prevedere di scrivere. 
Questo è il momento primario dello spirito, che è il giudizio di valore: è quindi solo in un momento logicamente e cronologicamente successivo che si appronta lo strumento del diritto. 
È ovvio che quando si ha una concezione di monismo hegeliano, si causa una profonda deformazione culturale dei giudizi di valore, che è una caratteristica costante nell’insegnamento universitario del nostro tempo, in tutti i settori delle scienze sociali. 
Vedete, quando io riduco l’oggetto a soggetto, confondo e schiaccio in unica fase le due fasi di tempo, perché la prima fase di tempo è la fase strumentale oggettiva, e attiene all’oggetto; e l’altra è la fase edonistica, cioè del soddisfacimento del bisogno (per cui lo strumento era stato creato) e attiene al soggetto. 
Quando io confondo l’oggetto col soggetto, ho la conseguenza di attribuire alla fase strumentale le caratteristiche edonistiche e alla fase edonistica le caratteristiche strumentali. In questo momento si ha il fenomeno cosiddetto della personificazione dello strumento: cioè il mito. Il mito è la personiflcazione dello strumento perché a seguito di una scelta di monismo filosofico hegeliano si rendono immanenti i valori oggettivi (strumentali) con i valori soggettivi (edonistici). 
In questo momento nasce un concetto di società che è completamente diverso da quello tradizionale retto su una filosofia di dualismo filosofico, perché si concepisce la società come concetto senza contenuto umano. 
Se noi valutiamo i maggiori autori di moda dopo l’affermazione della filosofia hegeliana, vediamo che questi autori danno sempre una definizione della persona giuridica, come concetto carente di contenuto umano. E si dice: la persona giuridica è il patrimonio personificato (teoria di Brinz), la norma personificata (teoria di Kelsen), il centro astratto di imputazione giuridica dei rapporti (teoria di Gierke), la fictio iuris o tante altre definizioni che con una varietà di espressioni letterarie hanno tutte il medesimo schema portante, cioè la concezione della società come ente diverso dai soci. E badate, quando si comincia a costruire questo tipo di società, siccome è chiaro che il concetto di persona coincide sempre con quello di un interesse, si concepisce l’interesse sociale come diverso e contrapposto a quello dei soci. 
Lo schema del mito oggi è una regola costante e voi vedete che questo fenomeno si manifesta nello Stato costituzionale (in cui si ha la personificazione della norma), nello Stato socialista dove si ha il mito del patrimonio personificato (per cui lo Stato, inteso come fantasma giuridico, diventa proprietario esclusivo del patrimonio degli uomini vivi), così avviene nella Banca, nell’ente di Stato, nella Società Anonima, nella cooperativa agricola, nel kolkoz. Abbiamo oggi come regola costante questa forma di spersonalizzazione della società e dell’interesse sociale che riduce il concetto di società a mito. 
Naturalmente la conseguenza di una tale posizione è che i componenti veri della società non sono più i cittadini, ma i detentori del potere politico, cioè poche persone che costituiscono l’organo della società; e l’organo della società è la manifestazione di questo fantasma. I soci sono fuori della società. 
Su queste premesse, nello schema dello Stato costituzionale, la posizione mitica che pone al primo posto il diritto e al secondo posto la sovranità nella gerarchia dei valori, ha come conseguenza l’inversione del momento strumentale col momento edonistico. 
Poco fa abbiamo detto che la fase strumentale non è mai momento primario; il che significa che il diritto avendo la caratteristica della strumentalità è sempre un momento successivo alla scelta dello scopo. Quando noi personifichiamo lo strumento lo mettiamo al primo posto. Ecco allora che ci si spiega come nello Stato costituzionale prodotto dal razionalismo liberale o socialista si abbia un’inversione nella gerarchia dei valori. 
Io vi ricordo un episodio particolarmente significativo della Rivoluzione francese: quel momento in cui Luigi XVI fu processato e condannato al taglio della testa. Quando si presentò Luigi XVI davanti al tribunale, era difeso da Saint-Just il quale disse: «Il re non può essere giudicato, perché è al di sopra della legge.» Rispose Robespierre: «Io accetto questa motivazione ma non il dispositivo, perché è vero che il Re è al di sopra della legge, è perciò fuori del contratto sociale, quindi è un nemico, quindi deve essere ucciso.» 
Ad alcuni secoli di distanza noi possiamo vedere che aveva ragione Saint-Just e aveva torto Robespierre, perché l’art. 68 della nostra Costituzione che sancisce l’immunità parlamentare, è la clamorosa manifestazione del principio che la sovranità è al di sopra del diritto. 
Pretendere di dare una giustificazione giuridica del diritto secondo l’accezione kelseniana è come pretendere di spiegare la giustificazione dello strumento nello strumento stesso e cioè a prescindere dallo scopo. 
Da queste premesse deriva una conseguenza fondamentale: la critica radicale di tutto l’insegnamento del diritto costituzionale che è fatto nelle nostre università. Quando si pretende di mettere, secondo l’insegnamento di Kelsen, la norma costituzionale come norma-base, cioè come norma portante tutto l’ordinamento giuridico, in effetti con uno sforzo razionalista si realizza il surrogato artificiale di quello che tradizionalmente era definito il diritto naturale. 
A questo punto sorge spontanea la domanda. Perché è stata realizzata questa deformazione culturale? 
È ovvio, è stata pianificata per consentire al potere politico la facoltà di legiferare (badate bene), non solamente sul terreno del diritto positivo, ma anche sul terreno della legge morale, tanto è vero che voi oggi quando sentite fare delle valutazioni sulla qualità delle leggi; voi non sentite mai più la distinzione fra legge giusta e legge ingiusta, che è la valutazione del diritto sotto il parametro etico (cioè trascendente l’ordinamento giuridico), ma sentite fare la distinzione in base all’alternativa: legge costituzionale o legge non costituzionale.
Quando Kelsen definì la norma base come norma senza coazione e senza sanzione sostituì al principio etico tradizionale il principio utilitaristico ed economicistico della valutazione del diritto positivo in cui è l’uomo stesso che con la norma costituzionale decide della eticità della legge. E su questo parametro razionalista, il potere politico si arroga le prerogative della divinità, tanto che oggi la Corte Costituzionale si è sostituita al Magistero della Chiesa nella valutazione etica del comportamento della sovranità e ha assunto la funzione peculiare ed esclusiva di giudicare la funzione legislativa. 
Su questi parametri è stato abrogato per esempio nel nostro Codice Penale il reato di adulterio, perché si è detto: siccome il reato di adulterio riguarda solamente la moglie e poiché la Costituzione salvaguarda il principio della pari posizione dei cittadini di fronte alla legge, per salvare questa parità è stato completamente abolito il reato di adulterio e desacralizzata la norma. 
Tanto che, si potrebbe oggi obiettare, che per salvare la pari posizione dei cittadini di fronte alla legge e per salvaguardare un principio di eticità, si sarebbe semmai potuto estendere anche al marito la medesima responsabilità penale per adulterio che era prevista per la moglie. 
Quindi la ragione per cui ci si muove su questi grandi parametri culturali è quella di consentire al potere politico di disporre non solamente del momento del diritto positivo, ma anche del momento della legge morale quindi della stessa eticità delle leggi. 
Ci occuperemo in modo più particolare di questo argomento nell’ultima lezione, quando tratteremo dei riflessi del teismo e dell’ateismo sui giudizi di valore a fondamento della sovranità politica. Ma io
qui devo chiudere questo argomento perché dopo avervi spiegato nelle grandi linee le caratteristiche della società mitica, le premesse culturali e i fini per cui questa strategia culturale è stata impostata, voglio brevemente dirvi che cosa è la società organica.

Giacinto Auriti 
L'occulta strategia della guerra senza confini 
Editore Solfanelli

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